"Solo sigari quando è festa" di Alessio Romano


«Ci sono cose in un silenzio che non m'aspettavo mai. Vorrei una voce e improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto.»¹

Il disastro costringe gli uomini a specchiarsi nella propria rovina. Essi si vedono, nudi, in quel mucchio di polvere e detriti, e leggono nelle macerie un profilo simile al loro. Chi resta, diventa il titolo di un quotidiano, una percentuale. Si può morire, pur sopravvivendo.

Più volte Alessio Romano ha ribadito la volontà di "scardinare" un genere, quello del thriller, con il preciso obiettivo di lavorarne le fondamenta, la natura esistenziale. Ciò che effettivamente accade in Solo sigari quando è festa (qui la trama): il terremoto del 6 aprile 2009, l'evento traumatico che apre la narrazione, ha provocato uno strappo, una sospensione nello spazio e nel tempo; il livello dell'azione lentamente scivola dal piano fisico a quello della memoria, una memoria da ricostruire con coraggio e sacrificio. È questo infatti il romanzo di una ricostruzione recondita: sopravvissuto all'incubo, Nick torna nella città in cui è cresciuto, a ricomporre le vite degli altri, e la propria, tenta cioè di ricostituire un palazzo coltivando le sue macerie, come se individuare l'ordine nel caos potesse ripristinare il suo edificio interiore. Persiste, tuttavia, nel libro di Romano, un'inquietudine sommessa, un dolore impronunciabile, che non sembra essere destinato a uno scioglimento.

«Non scegliamo nulla, noi uomini. Le cose ci capitano e basta. 
E se proviamo a dargli un senso, rischiamo solo di impazzire.»

Quando, tre giorni dopo il 6 aprile, Nick guarda l'orizzonte, il Gran Sasso riposa. La Bella Addormentata giace senza un fremito, come immemore. Quella cornice naturale, nella sua vastità, gli regala una sensazione che stona con l'incubo che l'ha attraversato poche ore prima: egli si sente protetto. La grandiosa manifestazione di quella libertà sconfinata, di quella limpidezza concessa a pochi fortunati, è l'amara gioia del sopravvissuto. Che ha il dovere di celebrare la sua sorte, seppur condita dal rimpianto.

Autore: Alessio Romano
Anno: 2o15
Edito da: Bompiani

¹ La citazione è tratta da La voce del silenzio, di Mina.

Recensione di Serena D'Angelo
(serenadangelo93@gmail.com)