"Porto il velo, adoro i Queen. Nuove italiane crescono" di Sumaya Abdel Qader

È la nostalgia di un tempo passato e mai vissuto, la nostalgia di un futuro che diventerà passato.”                                                     “Torna al tuo paese.” Noi italiani...” Alcuni identificano Sulinda come “immigrata di seconda generazione”, ossia nata in Italia da genitori migranti, come se il viaggio fosse un'eredità biologica. Ma può lei davvero esistere in una definizione puramente tecnica? Ogni aspetto della vita di Sulinda, infatti, è problematizzato, messo in discussione: il rapporto con il suo paese, con le altre persone, con l'immagine che lo specchio le restituisce. È condannata alla mancanza, non esiste casa, per lei, l'altrove è sempre terra ospite, mai conforto, e la rincorre in cerca di conferme, giustificazioni, chiedendole quale ruolo ricopra al fin di meritare la sua presenza; per trent'anni tuttavia Sulinda ha bussato alla porta dello Stato con cautela e speranza, senza ricevere risposta. Anche la cecità degli estranei, incapaci di attraversare il velo e la sua evidenza, le impedisce di riflettersi nel loro sguardo.

Eppure sono i suoi stessi occhi a investirla degli interrogativi maggiori: quando la vita che abiti non sa affidarti un nome, arrivi persino a dubitare della tua esistenza (per lo Stato Sulinda non sussiste, eppure lei é, che un documento lo testimoni o no), e ti imbatti nella tua imperfezione formale, che non ti consente leggerezze, poiché nulla è scontato.
Solo alla fine comprendi che non è mancanza, bensì ricchezza. In una società che si fonda sulla sottrazione, metabolizzare la varietà sembra difficile, ma il contrario è impensabile, perché sarebbe come non vedere. Come non rispondere a una preghiera durata trent'anni. Se invece ci educassimo vicendevolmente a prendere coscienza del tempo che viviamo e di quello che sta nascendo, potremmo imparare a comunicare attraverso l'empatia, e non lo sguardo. Se rinunciassimo al timore, così come all'assioma di similarità, potremmo costruire su queste differenze. Perché, in fin dei conti, si tratta di aggettivi, di pronomi.

Autore: Sumaya Abdel Qader
Anno: 2008
Edito da: Sonzogno


Recensione di Serena D'Angelo
(serenadangelo93@gmail.com)