"La straniera" di Younis Tawfik

"Quando l'amore diventa un puro pensiero, la dualità non esiste più.
Tutto diventa uno."
I nostri ricordi, il nostro vissuto, ci rendono oggetti umani, non semplice spirito, non effluvi d'anima. E la nostra carne, le ferite che l'hanno straziata, diventano la nostra prigione. Talvolta dissimuliamo questa costrizione, cercando di guardare il mondo tra una sbarra e l'altra; talvolta il giogo ci vince, e diventa la nostra casa.
Una città, forse d'altri, spinge l'Architetto e Amina ad incontrarsi, e affida  l'uno nelle mani dell'altra. Uno sguardo ingenuo potrebbe saperli simili, ma ad avvolgerli è la sola necessità di consegnarsi agli occhi dell'altro. I due si raccontano vicendevolmente, e ricordare è come partire. "La straniera" di Tawfik è un viaggio, duplice, che sa offrire alle mani del lettore gli incubi, gli aneliti, il disincanto dei suoi protagonisti. Ma quando la narrazione si esaurisce nello sguardo di chi ascolta, non resta che una solitudine dolente, la stessa che avvicina gli attori di questo libro, che li lega, come un destino. Un'emarginazione che si rivela, con forza, ad entrambi, ma che non sa risolversi, perché è il manifesto di una proiezione. Tawfik ci insegna che il ritorno non è un luogo, non è l'origine, bensì una culla di pace, dove trovarsi liberi; un nido d'assoluzione e d'oblio, per la violenza subìta. È il petto dell'amante, sul quale il sospiro si scioglie. L'Architetto solo alla fine comprende questo abbandonarsi, ed esausto, sconfitto dal tempo e dalle sue ragioni, accetta di tornare a se stesso. Di tornare a lei.

Autore: Younis Tawfik
Anno: 1999
Edito da: Bompiani

Recensione di Serena D'Angelo
(serenadangelo93@gmail.com)